giovedì 4 febbraio 2021

Storia della scoperta della rana africana

 


Francesco Lillo

Era il giugno del 2004, io ero ancora uno studente fuoricorso di Scienze Naturali e preparavo la tesi di laurea sul comportamento sessuale del Rospo smeraldino (che allora in Italia e in Sicilia apparteneva ancora alla specie Bufo viridis, ma questa è un'altra storia). Era un periodo di entusiasmo e impegno, e come capitava quasi ogni fine settimana mi trovavo a girovagare per le campagne siciliane in cerca di animali, di anfibi naturalmente, ma non solo. Con me c'erano il mio carissimo amico Federico, oggi eccellente professore di zoologia all'Università di Palermo, e Mariagrazia, oggi brillante biologa marina in carico al centro di ricerca della Commissione Europea, oltre che mia adorata moglie e madre delle mie figlie.
Federico ci aveva portati lungo il fiume Jato, in provincia di Palermo. In quel periodo Federico era in fissa con le libellule e poiché sapeva essere molto convincente nella scelta dei luoghi del nostro girovagare, quel giorno ci persuase ad armarci di retini e stivali, ritrovandoci poi a percorrere avanti e indietro il corso del fiume nella ormai mitica località Mulino Principe nei pressi di San Cipirello. Era quasi il momento di andar via con un magro bottino di Odonati, quando Federico ad un tratto si fermò guardando attentamente l'acqua trasparente del torrente. Aveva visto qualcosa, e il sesto senso del buon naturalista gli aveva fatto accendere l'allarme tipico di “qualcosa di strano”. Aveva visto un anfibio sul fondo del torrente, ma cos'era? Il tempo di attrarre la nostra attenzione che eravamo già con i retini in mano, e qualche secondo dopo avevo tirato su un mostriciattolo mai visto. Che roba era? Io e Federico, che studiavamo gli ecosistemi acquatici siciliani ormai da anni, non sapevamo darci una risposta. Mariagrazia era esperta di ambienti marini, ma a differenza nostra, naturalisti da campo, lei era una biologa e quella bestiola l'aveva già vista nei libri di biologia dello sviluppo, e la riconobbe al volo. Era uno Xenopo, uno Xenopus laevis, una strana rana unghiata dell'Africa sub-sahariana utilizzato per lo studio dell'embriogenesi e per molte altre amene faccende di cui parleremo in seguito.
Eravamo senza parole. Nessuno sapeva della presenza dello Xenopo in Sicilia, ne in Italia. Almeno, in quel momento noi non ne sapevamo nulla. C'era da darsi da fare. Rimanemmo ancora un bel po' e alla fine della giornata tornammo a casa con un secchio pieno d'acqua e tre o quattro ospiti inattesi.
I giorni successivi furono un continuo di studio, ricerche e approfondimenti. La faccenda era scottante, una specie di anfibio fino ad allora sconosciuta in Italia di cui non conoscevamo assolutamente nulla. Che fare? Divulgare la notizia? Tenersela per se, almeno fino alla pubblicazione ufficiale di un articolo scientifico? E chi lo aveva mai scritto un articolo scientifico? Nessuno di noi si era ancora laureato e di esperienza accademica eravamo all'asciutto. Optammo allora per una via di mezzo. Allargammo il gruppo ad altri compagni di scorribande naturalistiche, coinvolgendo anche Tito e Sandra (l'unica laureata del gruppo) oltre a Bruno, naturalista di esperienza che per alcuni di noi in quel periodo fungeva un po' da mentore.
In breve raccogliemmo quante più informazioni possibili, trovammo articoli e citazioni. Scoprimmo che lo Xenopo è un anfibio originario dell'Africa del sud, utilizzato fino agli anni '60 come mezzo di diagnosi della gravidanza umana, poi diffuso nei laboratori di tutto il mondo come modello biologico per lo studio dell'embriogenesi e scappato dagli allevamenti in varie parti del mondo, tra cui California, Cile, Inghilterra, Francia. Venimmo a conoscenza del fatto che lo studioso che più di altri si era occupato dello Xenopo come specie invasiva era l'inglese Johon Measey che allora lavorava in Francia, lo contattammo condividendo con lui la nostra scoperta e facendoci aiutare nel capire come avremmo dovuto muoverci. Ma sopratutto cominciammo a battere le campagne in lungo e in largo cercando di comprendere quanto grande potesse essere la popolazione siciliana della bestia africana. Fu un'estate calda e movimentata, con tanti chilometri macinati in automobile e decine e decine di torrenti e stagni visitati, osservati e indagati. Entro la fine dell'estate trovammo lo Xenopo in altre 28 località, adulti, giovani e girini, nel fiume Jato stesso, in numerosi stagni agricoli e nel lago Poma, un grande invaso artificiale costruito negli anni '60 per garantire il fabbisogno idrico alle attività agricole di una vasta parte della Sicilia.
Nel novembre del 2004 riuscimmo a presentare alla rivista scientifica Herpetozoa un breve articolo in cui venivano descritte per filo e per segno le nostre scoperte. Nei primi mesi del 2005 l'articolo fu pubblicato dopo qualche correzione.
Parte del mio futuro, per gli anni a venire, fu segnato da quell'evento fortuito.


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